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Seconda domenica del tempo ordinario A

Introduzione alle letture

 

Prima lettura 

Is 49,3.5-6 (brano)

Ti renderò luce delle nazioni, perché porti la mia salvezza.

Questa pagina raccoglie il secondo carme del Servo del Signore, cantato dal Secondo Isaia alla fine del VI secolo a.C. E il Servo stesso che parla offrendo le credenziali che legittimano la sua missione. La sua è una chiamata per la salvezza e la rivelazione della «gloria» e della «luce» di Dio non solo nei confronti di Israele (v. 5), ma di tutte le nazioni (v. 6). Anche il Cristo è definito dal Battista «l'agnello di Dio che toglie il peccato del mondo» (Gv 1,29). L'orizzonte della missione del Cristo è ugualmente universalistico: l'«agnello» (il cui termine aramaico è identico a quello di «servo») è il Servo sofferente e innocente che prende su di sé il peccato d'Israele e dell'intera umanità. Si legge infatti nel quarto carme del Servo: «Era come un agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori e non aprì la sua bocca» (Is 53,7). E l'allusione rimanda anche all'agnello pasquale (Es 12,1-28) che l'evangelista Giovanni identifica esplicitamente nel Cristo elevato in croce, le cui «ossa non sono spezzate» (Gv 19,36).

Seconda lettura

1Cor 1,1-3 (brano)

Grazia a voi e pace da Dio Padre nostro e dal Signore Gesù Cristo.

Si inizia in questa domenica la lettura della prima lettera di Paolo ai Corinzi, testo paolino meno solenne della lettera ai Romani, più personale e appassionato, carico dello stile imprevedibile dell'apostolo. Lo scritto, composto probabilmente attorno alla Pasqua del 57, è anche una vera e propria radiografia della «parrocchia» più amata da Paolo e spesso più difficile nei confronti dell'apostolo. Le coordinate geografiche, sociologiche, culturali, morali creano alla comunità cristiana una serie di problemi che ancor oggi si ripropongono alla pastorale dei grossi centri urbani occidentali: il frazionamento in gruppuscoli, il permissivismo sessuale, i rapporti con i non credenti l'ideologia cristiana, la liturgia, unità e pluralismo, gli stati di vita, rapporti politici, il destino dell'uomo. A tutti questi interrogativi Paolo cercherà di offrire una sua risposta e una sua traccia pastorale desti nata alla «Chiesa di Dio che è a Corinto» (v. 2), cioè alla Chiesa locale coadunata dall'appello di Dio in ogni punto del mondo.

VANGELO

Gv 1,29-34 (brano)
Gv 1,29-34

Ecco l'agnello di Dio, colui che toglie i peccati del mondo!

Accanto al Cristo, definitivo inviato di Dio e la presenza più alta di Dio sulla terra, si erge la persona del Battista, il «testimone» per eccellenza del Cristo. Infatti nel Vangelo odierno c'è una frase del Battista che potrebbe essere la definizione ideale del credente: «Io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio» (v. 34). Il centro della testimonianza del Battista è il Cristo nella pienezza della sua divinità. Egli è descritto sotto l'immagine dell'agnello che rimanda sia al Servo del Signore sia all'agnello della liberazione pasquale. Questo simbolo sarà centrale nel messaggio dell'Apocalisse e costituisce il grande riferimento della speranza della Chiesa. L'altra definizione del Cristo da parte del Battista ce lo presenta come il liberatore dell'uomo dal male: «Ecco colui che toglie il peccato del mondo!» (v. 29).

 

 

 ©testi da Messale Festivo-EDIZIONI SAN PAOLO


 

 

riunione1Si avvisa che giovedì 16 gennaio 2014 alle 18:00 in villetta ci sarà la riunione dei catechisti delle elementari e medie.


 

Battesimo del Signore

Introduzione alle letture

 

Prima lettura 

Is 42,1-4.6-7 (brano)

Ecco il mio servo di cui mi compiaccio.

È questo il primo dei celebri quattro carmi del Servo del Signore presenti nei capitoli del Secondo Isaia (42; 49; 50; 53). Su questo personaggio, riletto in chiave messianica dalla tradizione giudaica e cristiana, è effuso lo Spirito di Dio per una grande missione. «Servo», infatti, è un titolo onorifico applicato ad Abramo, Mosè, Giosuè, Davide, ai profeti. Il metodo per attuare la sua missione salvifica è nuovo rispetto ai profeti precedenti che annunziavano soprattutto il giudizio. Il Servo deve predicare la grazia e non il giudizio, perciò non ha bisogno di atti grandiosi. Tuttavia, la sua fermezza non gli permette di abbattersi davanti alle difficoltà e, come insegna l'immagine popolare del versetto 3, egli reagisce contro il pessimismo del suo popolo che si ritiene ormai finito. Il Servo, infatti, riutilizza la canna rotta e non la getta via, non spegne la lucerna in via di estinzione ma le aggiunge combustibile perché risplenda nuovamente.

Seconda lettura

At 10,34-38 (brano)

Dio consacrò in Spirito Santo Gesù di Nazareth.

All'interno dell'annunzio cristiano che Pietro sta indirizzando al centurione Cornelio di Cesarea Marittima c'è una descrizione del battesimo di Gesù nel suo significato più profondo. Infatti, l'espressione «consacrare in Spirito Santo e potenza» si riferisce all'istante del battesimo in cui sul Cristo discende lo Spirito e la voce proclama la qualità straordinaria dell'uomo Gesù, quella di essere anche il «Figlio prediletto» di Dio. Questo evento non è solo l'inaugurazione solenne del ministero pubblico di Gesù e la rivelazione del mistero della sua persona, è anche l'inizio di un'esistenza tutta consacrata «a beneficare e a risanare», cioè alla liberazione e alla salvezza. Questa essenziale biografia di Gesù Cristo tracciata da Pietro dovrebbe idealmente diventare la trama di vita del credente «consacrato in Spirito Santo» nel battesimo e avviato sulle strade del mondo «beneficando e risanando... perché Dio è con lui».

VANGELO

Mt 3,13-17 (brano)
Mt 3,13-17

Appena battezzato, Gesù vide lo Spirito di Dio venire su di lui.

Nella narrazione del battesimo di Gesù al Giordano Matteo attira l'attenzione sulla sorpresa del Battista: «Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te, e tu vieni da me?» (v. 14). La risposta di Gesù è centrata su due termini cari al primo evangelista, «adempiere» e «giustizia». Entrambi esprimono l'idea del progetto divino a cui Gesù amorosamente e liberamente aderisce. Attraverso il battesimo-investitura Dio rivela al mondo che l'era della «pienezza» si attua in Gesù, il Cristo, il Figlio. Segue, allora, l'atto battesimale che è dipinto con i colori di una vocazione profetica: i cieli aperti, la visione, la discesa dello Spirito, la voce divina. La missione del Cristo è innanzitutto quella di consegnare al mondo la rivelazione perfetta, la parola definitiva, l'intervento salvifico pieno ed efficace del Padre. L'atto battesimale e l'espressione «uscire dall'acqua» rimandano a un'altra componente biblica, quella dell'Esodo: l'antico e fondamentale atto salvifico viene ora portato a compimento nel Figlio «diletto», che conduce la sua Chiesa alla liberazione completa e definitiva.

 

 

 ©testi da Messale Festivo-EDIZIONI SAN PAOLO


 

 

Seconda domenica dopo Natale

Introduzione alle letture

 

Prima lettura 

Sir 24,1-2.8-12 (brano)

La sapienza di Dio è venuta ad abitare nel popolo eletto.

Ecco davanti a noi una delle pagine fondamentali del Siracide. È un inno in cui si celebra l'«incarnazione» della sapienza divina. Essa è innanzitutto una qualità divina, è il progetto che Dio ha concepito nella sua mente infinita, progetto di creazione e di salvezza. Ma ecco la grande svolta che è anche la sorpresa dell'incarnazione. Dio invia la sapienza all'interno del cosmo, con una destinazione precisa: «Fissa la tua tenda in Giacobbe» (v. 8). Si intravede in questa frase l'affermazione di Giovanni nel prologo al suo Vangelo: «Il Verbo si fece carne e ha posto la sua tenda in mezzo a noi» (1,14). La sapienza ha una sua patria in una «città amata», Gerusalemme. In questa luce il Siracide nel resto dell'inno vedrà la sapienza incarnata nella «Torah», cioè nella legge biblica, parola di Dio ma anche risposta dell'uomo.

Seconda lettura

Ef 1,3-6.15-18 (brano)

Mediante Gesù, Dio ci ha predestinati a essere suoi figli adottivi.

È questa una strofa del solenne inno di apertura della lettera agli Efesini a cui la liturgia aggiunge un altro brano di quello scritto paolino. Nella strofa si esalta il dono straordinario della vocazione alla salvezza che Dio ha pensato per noi quando ancora l'essere era avvolto nel grembo del nulla. Quel dono si attua nel Cristo. Egli non viene solo per sanare le ferite dell'uomo ma per offrirgli una situazione sorprendentemente nuova. Essa è descritta da Paolo con l'espressione «figli adottivi»: attraverso un'immagine giuridica si tratteggia il nostro nuovo statuto di figli nel Figlio, di coeredi della gloria con l'erede primo e perfetto. Il Natale celebra l'inizio di questa nostra inattesa «parentela» con Dio. Nel brano successivo Paolo prega perché i cristiani abbiano sempre occhi limpidi, capaci di comprendere e valorizzare «il tesoro di gloria» che Cristo ha consegnato nelle loro mani.

VANGELO

Gv 1,1-18 (brano)
Gv 1,1-18

II Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi.

Abbiamo già incontrato il prologo del Vangelo di Giovanni nella Messa del giorno di Natale. Fermiamoci ora solo su un aspetto, quello del contrasto «luce-tenebre». Contro la Parola-Cristo-Luce si erge l'opposizione delle tenebre, contro la Parola si bloccano le porte delle case dei cittadini di Gerusalemme, contro la Parola il male ingaggia il suo ultimo e più aspro conflitto. Tuttavia, anche di fronte al rifiuto, l'itinerario del Cristo all'interno dell'umanità non finisce. La sua decisione è irreversibile: egli non solo si accosta all'uomo ma si nasconde in mezzo a loro divenendo uno di loro. Anche se l'umanità si allontana e si ritira nelle sue stanze bloccate dall'egoismo e dall'orgoglio, Cristo continua a lanciare la sua parola e a offrire il suo fuoco (Le 12,49) che scioglie il gelo del male. Egli continua a passare per le nostre strade: «Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me» (Ap 3,20).

 

 

 ©testi da Messale Festivo-EDIZIONI SAN PAOLO


 

 

Maria SS. Madre di Dio

Introduzione alle letture

 

Prima lettura 

Nm 6,22-27 (brano)

Porranno il mio nome sugli Israeliti e io li benedirò.

Bellissima «benedizione sacerdotale», questa formula, affidata ai sacerdoti d'Israele perché la pronunzino sull'assemblea liturgica, apre anche l'anno civile cristiano. Il contenuto principale del testo è in quel «far brillare il volto, rivolgere il volto» di Dio. Ora, nel mondo semitico, «vedere il volto» di qualcuno significa semplicemente vederne la persona; ma vedere il volto di un re o di un dignitario significa essere ammessi alla sua presenza, con 'implicazione che la sua accoglienza sarà favorevole. Applicate a Dio, queste espressioni idiomatiche indicano che egli manifesta al suo popolo il suo favore, la sua benevolenza: per questo motivo nella benedizione esse sono direttamente collegate al dono della pace, della protezione, della sicurezza da parte di Dio.

Seconda lettura

Gal 4,4-7 (brano)

Dio mandò il suo Figlio, nato da donna.

Nella lettera ai Gàlati Paolo presenta Gesù come membro della comunità umana tracciandone la biografia terrena essenziale con la locuzione «nato da donna, nato sotto la legge» (v. 4), cioè vincolato a una struttura umana religiosa e storica. L'uomo che d'ora innanzi nascerà non sarà più soltanto figlio dell'uomo ma avrà anche una nuova, straordinaria fraternità, quella del Cristo, Figlio di Dio. Egli diventa, perciò, membro della famiglia di Dio e lo Spirito ci inviterà a gridare: «Abbà, Padre!» (v. 6) nei confronti di Dio. Il nome del Signore è l'appellativo caldo e affettuoso con cui il bambino chiama suo padre. Da quando il Figlio di Dio è divenuto nostro fratello, la nostra ricerca di Dio ha solo il tono dell'intimità e dell'amore.

VANGELO

Lc 2,16-21 (brano)
Lc 2,16-21

I pastori trovarono Maria e Giuseppe e il bambino.

Dopo otto giorni gli fu messo nome Gesù. La circoncisione, celebrata dalla grande pagina di Abramo (Gen 17), dal Deuteronòmio e da Geremìa come segno della conversione del cuore e della vita, inserisce ora Gesù in una comunità umana. Ma colui che nella sua carne virile porta il segno vivo e palpitante dell'alleanza di un popolo con Dio si chiama Gesù, nome che era stato imposto «dall'angelo prima che fosse concepito nel grembo» (v. 21). Il nome per il semita è la realtà stessa della persona che lo porta: tanti nella storia d'Israele, da Giosuè in avanti, avevano portato questo nome, ma nessuno poteva dire di attuarne in pieno il significato: «il Signore salva». Gesù entra nel tempio non per essere consacrato ma per consacrare, non per essere purificato ma per purificare, non per essere assorbito e dissolto dalla nostra creaturalità ma per assumere e salvare la nostra umanità cosi da renderci come lui figli ed eredi.

 

 

 ©testi da Messale Festivo-EDIZIONI SAN PAOLO


 

 

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