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5a domenica del TO.B

Introduzione alle letture

Prima lettura

Gb 7,1-4.6-7(brano)

Notti di affanno mi sono state assegnate.
Giobbe è forse il testo più alto che la rivelazione biblica ci offre sul mistero del male e di Dio, tra loro «scandalosamente» intrecciati nella storia. Il senso ultimo del libro è quello di approdare a Dio passando attraverso la strada drammatica della sofferenza. Giobbe attraverso la via oscura del dolore diventa il modello del credente che ama il vero Dio in sé e per sé, senza ulteriori motivazioni. Le sue parole rifiutano le facili formule che la teologia tradizionale, incarnata negli amici, gli offre: egli non si riconosce peccatore e quindi non vede la validità della teoria della retribuzione secondo la quale chi soffre è sempre e necessariamente peccatore. Egli non accetta di concepire Dio in uno schema di pensiero umano: Dio stesso deve svelarsi nel suo agire. Il Signore accetta di comparire davanti al tribunale di Giobbe rivelandosi come egli è, non riducibile alle categorie della sapienza mortale. In questa superiore logica anche il dolore ha una collocazione che la logica umana rifiuta o non ritiene possibile.

Seconda lettura

1Cor 9,16-19.22-23(brano)

Guai a me se non annuncio il Vangelo.
Paolo celebra il primato dell’azione divina: Dio è entrato per primo nella sua esistenza sconvolgendola. Egli si sente «impugnato» (Fil 3,12) da Cristo come una spada per l’annunzio dell’evangelo. Alla radice c’è, quindi, solo la grazia divina. Nella lettera ai Romani, citando un passo di Isaia, l’apostolo ribadirà questo principio fondamentale dell’esperienza cristiana: «Io sono stato trovato anche da quelli che non mi cercavano» (Rm 10,20; cfr. Is 65,1). Proprio perché alla sorgente c’è la grazia, Paolo non può che donarsi gratuitamente, consacrandosi totalmente ai fratelli senza riserve. La finale del brano dipinge in modo molto intenso la consacrazione dell’apostolo a tutti, mosso e sostenuto dallo spirito e dall’amore di Dio.

VANGELO

Mc 1,21-28

Mc 1,29-39(brano)

Guarì molti che erano affetti da varie malattie.
Gesù rifiuta la «pubblicità» creatasi attorno ai suoi miracoli, ritirandosi nel deserto a pregare. I miracoli che egli compie non vogliono essere una «prova» che giustifica il credere: essi servono piuttosto a indicare il mistero che è celato nel Cristo (il cosiddetto «segreto messianico» di Marco). Credere, allora, non sarà soltanto isolare una definizione esatta di Gesù come sanno fare anche i demòni, ma aderire alla sua persona mettendosi nella sua logica, la via della croce. Per questo l’atteggiamento vero della fede è incarnato dalla suocera di Pietro che, guarita dal suo male, si dispone a «servire» Gesù e i fratelli (v. 31).




 

©testi da Messale Festivo-EDIZIONI SAN PAOLO


 
 
 

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