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5a di Pasqua.B

Introduzione alle letture

Prima lettura

At 9,26-31(brano)

Bàrnaba raccontò agli apostoli come durante il viaggio Paolo aveva visto il Signore.
Il neoconvertito Paolo è un isolato e un emarginato nella stessa comunità cristiana «perché tutti avevano paura di lui, non credendo che fosse un discepolo» (v. 26). Anzi, l’odio cresce talmente che la comunità di origine ebraica «tentò di ucciderlo» (v. 29). Il chicco di grano non produce frutto se non muore (Gv 12,24): così il discepolo (Paolo) deve seguire il Maestro sofferente e crocifisso. Nonostante le sofferenze, brilla un luminoso profilo della comunità delle origini: «La Chiesa era in pace... ; si consolidava e camminava nel timore del Signore e, con il conforto dello Spirito Santo, cresceva di numero» (v. 31). È questa la gloria più alta che sale a Dio dalla terra: «In questo il Padre è glorificato: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli» (Gv 15,8).

Seconda lettura

1Gv 3,18-24(brano)

Questo è il suo comandamento: che crediamo e amiamo.
Secondo Giovanni il frutto fondamentale che specifica la morale pasquale è l’amore «coi fatti e nella verità» (v. 18). La formula indica i due criteri di autenticità dell’amore: la sua esistenzialità («fatti») e la sua teologicità («verità»). La «verità» per Giovanni è la rivelazione del Cristo accolta nella fede: l’adesione alla Verità-Cristo ci fa essere come il Cristo che «ha dato la vita per la persona amata» (Gv 15,13). Bisogna così essere come Dio stesso, perfetti come lui (cfr. Mt 5,48), anche se per giungere a questo ideale è necessaria la purificazione del perdono (v. 20) che nasce dal «cuore» infinitamente misericordioso di Dio. La fede e l’amore sono allora i costitutivi essenziali della nostra realtà di cristiani, sono «il comandamento» per eccellenza (v. 23).

VANGELO

Gv 15,1-8

Gv 15,1-8(brano)

Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto.
L’adesione vitale del credente al Cristo è essenziale per la fecondità dei frutti: non per nulla il quarto Vangelo ripete nella sezione ben cinque volte l’espressione «in me». Il rimanere in Cristo è fondamentale per il germoglio della fede che è in noi perché possa sopravvivere. Se il fedele si stacca da Gesù, è condannato alla perdizione: il versetto 6 che contiene questa dichiarazione non ha solo valore futuro. Infatti per Giovanni la salvezza è già iniziata con l’incarnazione del Cristo; già ora l’uomo decide il suo destino. Dietro il simbolo del tralcio secco e arido, c’è il mistero del rifiuto che l’uomo può opporre alla vita e all’amore. Ma i tralci rigogliosi e verdeggianti, che incoronano il corpo di Cristo, cioè la Chiesa, conoscono anche il momento della potatura (v. 2). È la purificazione necessaria che Dio compie per avere una Chiesa «senza macchia e senza ruga» (Ef 5,27): la fede non è data una volta per sempre, ma esige una continua crescita e una continua liberazione da scorie e limitazioni.



 

©testi da Messale Festivo-EDIZIONI SAN PAOLO


 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

 

 

 

 
 
 

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